Che è represso esplode

Che è represso esplode

“Bonjour, comment ça va?”

“… euh je vais bien, merci. Qu’est-ce que je peux vous aider madame?”

“Vous vous souvenez de moi? Je suis sa amie. Nous nous sommes rencontrés il y a quelques mois.”

“Oh ouais, ouais, je me souviens de vous maintenant… Ravi de reparler avec vous.”

“Eh bien… pourriez-vous s’il vous plaît m’envoyer son adresse? Aujourd’hui est un jour spécial pour nous et je veux lui faire une surprise.”

“Mais il m’a dit de ne pas…”

“Faites-moi confiance. Il vous en remerciera.”

“D’accord madame. Je ne suis pas sûr… mais… je vais vous l’envoyer maintenant.”

“Merci. Vous êtes si gentil. A bientôt.”

Corre a chiamare un tassì. 

“Bonjour. Où voulez-vous aller?”

“Un instant s’il vous plaît…” “Ma me lo manderà?” – dice tra sé e sé. “Uhm… c’est l’adresse!” – salta di gioia avendolo ricevuto sul cellulare.

Cerca di rasserenarsi per un po’ “Tutto andrà bene” e si distrae, guardando fuori dal finestrino. La vita sta andando nello stesso modo. C’è sempre un mare di gente che viene e va via, a prescindere dalle loro stati e condizioni… come se fossero dei dipinti astratti degli stessi pigmenti che si mescolano nel tempo e nei luoghi. Quel dipinto si rallenta, la sua mente ritorna alla realtà. All’improvviso si sente un dolore acuto nel cuore “Ma che c***o sto facendo…?”

“Il veut savoir quel est votre but d’entrer et qui vous rencontrerez” – dice il tassista dopo aver sentito qualcosa dal guardiano del portone.

“Uhm… non… désolée, je vous ai montré une mauvaise adresse. S’il vous plaît laissez-moi descendre ici, j’appellerai mon ami pour venir. Prenez le tarif, merci.”

Una cascata di domande le cade nella testa, nel caos di sentimenti contrastanti. Nel frattempo una macchina esce pian piano dal portone.

“L’avez-vous vu?” l’autista gli chiede dopo un solito saluto.

“Qui? Arrêtez!” – una sorpresa e uno stupore vengono consecutivamente.

“Ma perché sei qui? Ti ho detto più volte di non fare cose invano, di non distruggere la mia vita, di badare agli affari tuoi, di non fare figuracce, che il mio mondo è totalmente diverso dal tuo…” grida nella gola non appena scende dalla macchina.

Lei si pietrifica, i denti tremanti si attaccano così forte che non può emettere perfino una parola. 

“Ti chiamerò un tassì. Devi tornare alla tua città subito.”

Lei non può ancora aprire la bocca.

“Vabbè. Seguimi. Ne parleremo stasera.” – la voce di lui si affonda dopo un sospiro lungo, avendo visto gli occhi di lei esprimere un qualcosa di indescrivibilmente straziante.

I suoi piedi gli seguono insensatamente come un robot.

***

Il tramonto diventa sempre più rosso, come un falò gigantesco che sta per versarsi bruciando tutta la città, una cosa mai accaduta prima. All’improvviso, un vento soffia impetuosamente dal mezzo di nulla che quasi divora il suono solitario del campanello.

“Ciao!” – in un abito non troppo stretto né largo, non troppo corto né lungo, non troppo sottile né spessore, lei apre la porta senza alzare gli occhi verso i suoi.

Subito dopo un “ciao” secco in cambio, lui va in camera sua, con un po’ di confusione causata dallo sfioramento leggero tra la sua manica e quella di lei che magari, ha l’effetto cronico come un graffio testardo.

Lei cade debolmente nel divano, cercando di essere fredda, cinica, menefreghista. “Vedrai!”

Lui torna al soggiorno dopo chissà quanti secoli, sedendosi davanti a lei, quando un colpo di fulmine lacera il cielo, illustrato con dei tuoni assordanti e comincia a piovere a dirotto.

Si fissano l’una all’altro ad occhi sfidati come se stessero per buttarsi in una battaglia mortale.

Le parole gli ballano in testa di entrambi: “Dì qualcosa!”, “Ma vaffanculo, va!”, “Rompi il silenzio, altrimenti…”, “Che psicopatica”, “Che palle”, “Che paranoica”, “Che codardo”… e alla fine la pazienza di lui non si può più resistere.

“Che cosa vuoi da me?”

Le fa trasalire, con il cuore che si salta in sù, poi in giù senza nessuna fermata.

“Ma… ma… così… sei… tu non mi hai mai… vabbè… ho capito… ho sbagliato io…” – balbetta lei, alzandosi e correndo alla porta verso la terrazza, dove la tempesta sta calpestando, distorcendo e colpendo via tutte le cose sotto i suoi tacchi violenti.

Afferra la ringhiera e guarda verso il basso che ormai sembra un abisso.

Proprio quell’abisso mostra come lei si sente dentro: vuota, spezzata e lugubre. 

“Che cosa ho fatto e sto facendo? Che cosa dovrò fare? Amare è un peccato? Una pena? Una condanna? Perché mi ha spinto fino a qui? Come si fa a scappare da questo stato, da questa condizione, da questa situazione?”

Mentre si tormenta con mille domande tra sé e sé, due mani accarezzano le sue da dietro, ipnotizzandola come una magia e ad un tratto, la tiene in braccia a portarla al bagno.

Apre lui la doccia per far uscire raggi d’acqua caldi.

“Guai se prenderai la febbre” – la stringe, cercando di trasmettere un po’ di energia dal suo corpo.

Pian piano toglie il suo vestito e quello di sé sotto la doccia.

Poi prende tre asciugamani, uno per asciugare i due corpi, due per avvolgerli.

“Così si asciuga i capelli e ti riscalda” – le spiega come se fosse una bambina, accendendo l’asciugacapelli e pazientemente infilando le dita tra i capelli lunghi.

Prende la sua mano e la porta nella sua camera da letto. 

“Dormi un po’, sentirai meglio. Resto qui, dovresti fare la brava e non pensare di scappare un’altra volta.” – posa lui un bacio leggero sulla sua fronte, lascia la sua mano e lei si sente anche un qualcosa che tocca le sue cosce. 

Un’altra esplosione nello spazio e la luce abbagliante che dura un milionesimo di secondo provoca dei brividi pungenti che corrono lungo la spina dorsale.

“Ho freddo…” – sussurra lei, dopo quel silenzio intenso.

Allo stesso tempo e allo stesso modo, si stringono forte, le loro labbra si cercano, si trovano in men che non si dica e le loro lingue si mescolano passionalmente per la voglia di dare calore l’uno all’altra e per l’istinto.

Il movimento vivace dei due corpi fa cadere gli asciugamani e cadono anche loro nel letto, forse perché hanno paura che il calore dalla bocca non è ancora in grado di riscaldare l’altra persona.

Il corpo piccolo si tuffa nello spazio tra quello grande e le lenzuola, lui dentro di lei, lei dentro di lui e si mettono a mordersi, a distruggersi, a giocarsi come animali selvatici.

Lui, un tuono furioso e lei, un petalo di papavero fragile.

Lui, un pianista che suona una sonata accompagnata dall’orchestra naturale e lei, il pianoforte che si curva tra alti e bassi, lungo melodie scatenate.

Lui, un pittore che dipinge con tratti generosi e lei, appare come un crepuscolo di mille sfumature dalla sua tela.

Lui, un pattinatore che lancia e riprende la sua partner delicatamente.

Lui, un fuoco e lei, un whisky che si ardono in una festa clamorosa.

I loro corpi si uniscono come il cielo e la terra nella tempesta che si stanno perdendo dentro l’uno nell’altra, il loro fiato corto, rapido, come milioni di gocce di pioggia, le loro emozioni s’accendono forte come i colpi di fulmine, si intrecciano come i venti provenienti da tutte le direzione, si impazziscono come se tutto il loro sangue fosse spinto all’estremità dei corpi, che la pelle troppo frangibile stesse per spezzare in frantumi.

Recuperano il tempo perduto, i rimpianti, le incomprensioni, il silenzio, la distanza. Si liberano la mente. Si scambiano le quintessenze. Raggiungono la cima più sublime del paradiso. 

Per la prima volta nella vita lei si sente pienamente felice, femminea, amata e protetta. 

Vincono il loro orgoglio, mandano via la loro paura, superano gli ostacoli che la vita gli blocca.

Si guardano dentro gli occhi: anche se si stanno godendo la sensazione più meravigliosa che mai, il loro modo di guardarsi rimane lo stesso, come prima.

Accennano un sorriso dolce e lentamente si danno baci sereni.

***

“Scusami che ho perso il controllo.”

“Non ti perdono, ma consideriamolo un pareggio… l’ho perso anch’io.”

“Infatti non avevo intenzione di suicidarmi.”

“L’ho saputo, però era un’occasione che si doveva raccogliere.”

“Hai rubato da me quella di urlare all’universo che sei il più stronzo nel mondo, con tutte le parolacce che conosco e con tutta la forza che ho.”

“Sei stata fortunata. Una volta quelle parole fossero mandate all’aria, la pioggia le raccoglierebbe a versare di ritorno nella tua testa.”

“In ogni caso sarebbero poi penetrate nel tuo corpo dopo la nostra tempesta. Ma se io avessi voluto suicidarmi veramente?”

“Ti avrei detto che mi suiciderei insieme a te e non oseresti farlo.”

“Infatti volevo uccidere il desiderio che stava bruciando dentro di me…”

“… e hai visto che niente può distruggerlo, il tuo, il mio: il nostro. Tutto quello che appartiene al nostro mondo intimo è un fuoco eterno.”

“Perciò oggi è veramente una nostra giornata speciale, no?”

“Sì, anche per lui. Dedurrò il suo stipendio.”

“Se fossi in lui, denuncerei il tuo comportamento a Dio.”

“Per questo gli darò un triplo di bonus.”

“Daresti un triplo anche a me?”

“Io a te, tu a me, noi a noi. Comunque ho fame!”

“Anch’io. Ora posso mangiare ancora un altro maialino.”

“Purtroppo voglio mangiare un’unica cagnolina per tutta la vita invece.”

“Morirai di fame un giorno.”

“Ne vale la pena. Non mi basti mai.”

“Ti farò morire anche in altri modi.”

“Ti renderò eterna però.”

“No non potrai. Sono già morta. Di te.”

“Lo so, perché sei una diavola.”

“No, una vampira.”

Lei ricomincia a succhiare il suo collo, rievocando nella loro mente quello primo. Non si mettono più in confusione ma dimenticano la fame di nuovo.